Fine festa catastrofismo

Cari editori, la festa del Covid non si ripeterà. Rassegnatevi e passiamo oltre.

Il riflesso condizionato del catastrofismo alimenta ancora le speranze di molte testate, anche famose. Ma non succederà di nuovo.

Parliamo di fatti ed eventi recentissimi. Pochi giorni fa è scattato il protocollo d’emergenza presso l’Ospedale Sacco di Milano per due presunti casi di Ebola rilevati su cooperanti rientrati dall’Uganda: i titoli sono volati alti, il panico da bacheca si è attivato immediatamente, per poi sgonfiarsi poche ore più tardi quando i test ufficiali del Ministero della Salute hanno confermato la totale negatività delle analisi, riconducendo il tutto a una comune gastroenterite (trovate la smentita ufficiale del caso su L’Unione Sarda). Sempre in questo mese, i fari mediatici si erano accesi su un focolaio di patologie respiratorie scoppiato a bordo di una nave da crociera, il famigerato Hantavirus, su cui subito la maggioranza delle testate, anche molto blasonate, si sono buttate a capofitto cercando di trasformarla nella nuova emergenza globale. Tutto questo ignorando allegramente il fatto più importante: gli infettivologi hanno subito chiarito che il rischio reale per la popolazione rimaneva eccezionalmente basso (come spiegato nel dettaglio medico da Humanitas).

Che cosa ci dicono questi episodi ravvicinati? Ci dicono che una parte consistente dell’editoria digitale italiana soffre di un riflesso condizionato tristemente evidente. Il trauma di fondo è la fine del biennio 2020-2021: un’epoca d’oro in cui i siti di informazione registravano numeri di traffico astronomici e lettori totalmente ipnotizzati da ogni singolo aggiornamento sanitario. Oggi quei numeri sono passati, ma la ricerca di un nuovo mammellone a cui attaccarsi continua. Ogni volta che su una nave salta fuori una malattia tropicale o un termometro sale in un reparto infettivi, nelle redazioni si attiva una tendenza disperata: tentare di replicare artificialmente il successo editoriale del COVID-19, gonfiando la narrazione oltre ogni limite oggettivo. Ma le persone si sono semplicemente annoiate.

I dati della disperazione: perché i publisher urlano?

Questa ostinazione a spingere ogni minima notizia medica in modo eccessivo è chiarissima per chi, sfortuna sua, conosce marketing, SEO, KPI e in generale il mondo metrica-dipendente delle attività di comunicazione digitale. Bisogna guardare, o immaginare di poter guardare, non ci vuole poi molta fantasia, ai bilanci e alle metriche dei grandi network editoriali. I siti di informazione stanno affrontando una crisi strutturale. I dati dimostrano che la reach organica è in picchiata ormai da anni (fra le numerose cose che dovrò fare prima o poi c’è senza dubbio un ragionamento su quanto sia stato intelligente e lungimirante affidare la gran parte del proprio core business a piattaforme e aggregatori esterni, ma come sempre mi dilungherei troppo).

Reach in picchiata, dicevamo, E quando l’algoritmo di una piattaforma taglia la visibilità delle pagine, la reazione immediata dei “professionisti”, purtroppo non solo di quelli dell’ultimo minuto, è purtroppo sempre la stessa: pubblicare di più e alzare i toni a completo discapito del vero dialogo e della qualità dei contenuti. Lascia stare, per carità, che ci siano pure studi e report che spiegano come la redditività non cresca in modo lineare con le pageview:, sia mai che gli rovini qualche certezza.

Questo comportamento è figlio di due problemi: la scarsa comprensione delle metriche e di una eredità pesante. Nelle settimane più critiche della prima ondata del 2020, l’Italia era ufficialmente la nazione con il tasso di crescita più elevato in Europa per la produzione e la fruizione di informazione online, come registrato nel report ufficiale dell’Osservatorio Speciale dell’AGCOM. Eravamo il paese europeo più saturo di notizie sanitarie. Quella saturazione temporanea ha creato un precedente che ha drogato le metriche interne degli editori.

Oggi che le piattaforme Big Tech riducono costantemente l’invio di traffico verso i siti esterni, come racconta il report globale del Reuters Institute Digital News Report, i publisher si trovano nel bel mezzo di una crisi d’astinenza da click. Questo calo sistematico li sta costringendo a trucchetti algoritmici estremi pur di strappare una visualizzazione basata sulla paura. Tutto questo, ignorando quello che dovrebbe essere chiaro a qualsiasi professionista: scorciatoie e sotterfugi sono destinati a funzionare sempre meno. Eppure sono convinto che ogni mattina c’è qualcuno che si alza, guarda la lista dei dieci articoli più visti di sempre sulla sua testata, ne vede quattro sul Covid, e martella la redazione perché trovino un’altra malattia. Cinico? Provate a chiedere in giro a chi ha lavorato in un certo tipo di ambiente che vive di numeri e classifiche.

La reazione del lettore: l’abitudine alla paura e la disaffezione

Il vero errore strategico di questa caccia al contagio risiede, oltre nel dimostrare di avere capito poco delle dinamiche online, nella totale incomprensione della psicologia del pubblico. Le persone hanno sviluppato veri e propri anticorpi cognitivi. I dati ufficiali sul nostro mercato lo spiegano meglio di ogni mia disseranzione non richiesta: secondo la seconda edizione dell’Osservatorio annuale sul sistema dell’informazione dell’AGCOM, assistiamo a una pesante “fuga” intenzionale dalle notizie, con un italiano su cinque (il 20% della popolazione) che dichiara esplicitamente di evitare di informarsi regolarmente. Tra i fattori determinanti di questo distacco, spiccano il sovraccarico informativo, l’eccessiva negatività e la ripetitività dei contenuti.

Siamo di fronte allo stesso identico meccanismo che vizia le piattaforme di recensioni sul web: quando le valutazioni vengono fornite dagli utenti solo per assoluti estremizzati (o il locale è il paradiso in terra o è la peggiore bettola della storia), il sistema perde credibilità e le persone tendono a passare oltre. Se ogni linea di febbre tropicale viene trattata come l’apocalisse imminente, il lettore medio non clicca di più; semplicemente scappa, cancella la notifica e impara a considerare del tutto irrilevante chi grida continuamente “al lupo”. Insomma, qualcuno pensa che barattare un cliente fidelizzato con venti persone che passano a dare un’occhiata sia una buona idea (e la cosa triste è che non è così solo nell’editoria, ma anche qui divagherei troppo).

Le metriche di vanità (ancora? nel 2026?)

Nel giornalismo, così come nel digital marketing, esiste un bug sistemico duro a morire: scambiare i grandi numeri per valore reale. Molti direttori editoriali e social media manager sono rimasti intrappolati in una caccia disperata al traffico orizzontale, che alimenta una sorta di dipendenza editoriale da numeri sempre in crescita. Nasce nei titoloni clickbait e si nutre della necessità nevrotica di gonfiare i fogli di calcolo dei report settimanali, mensili e trimestrali (perché, si sa, sono l’unica cosa che interessa agli investitori, come se questa logica non avesse già fatto abbastanza danni a settori come il gaming o il cinema).

Ma c’è una dura verità di settore che va accettata una volta per tutte: il numero puro di visualizzazioni, che sia ottenuto attraverso il panico o con qualsiasi altro sotterfugio (perché di quello si tratta) non è una metrica di valore reale. Esattamente come accumulare centomila fan distanti o disinteressati non significa assolutamente nulla per la crescita sana e la sostenibilità di un’azienda, così i click rubati con l’allarmismo non creano lettori fidelizzati, non generano abbonamenti e distruggono l’asset più importante di una testata: l’autorevolezza oggettiva. Alimentare la news fatigue e tradire il pubblico pur di salvare i report di traffico del mese è una scelta strategica suicida a lungo termine.

Come sopravvivere alla carestia del traffico

Quando il digitale complica l’accesso all’informazione e la corretta comprensione della realtà invece di semplificarla, significa inevitabilmente che si sta sbagliando qualcosa. Non possiamo pensare che la via d’uscita per l’editoria sia inventarsi la prossima pandemia: si dovrebbe cambiare radicalmente modello mentale.

Per sopravvivere al crollo della visibilità organica e alla disaffezione, la regola d’oro è smettere di ragionare in modo puramente dipendente dalle bacheche delle piattaforme terze e mettere finalmente al centro della strategia i propri owned media. Bisogna tornare a costruire relazioni stabili, newsletter curate, applicazioni proprietarie e spazi in cui il valore del contenuto sia indispensabile e non basato sulla leva emotiva della paura.

Cari editori, rassegnatevi: la festa del traffico facile del 2020 è finita e non ci sarà alcun sequel. Smettetela di annoiare le persone con la costante ricerca della malattia del giorno e tornate a fare l’unica cosa che vi terrà in vita: informare con onestà.

Cosa ne pensi?

Pensi anche tu che l’informazione digitale sia rimasta intrappolata nel loop del sensazionalismo? I dati AGCOM sulla fuga dalle notizie rispecchiano le tue abitudini di lettura attuali? Parliamone nei commenti.

FTUE

Se non superi il login, il futuro non esiste

La tecnologia cresce a un ritmo sempre più rapido, ma non per tutti. Il Digital Divide è ancora fra di noi.

Siamo onesti: negli ultimi mesi non puoi partecipare a un aperitivo o aprire LinkedIn senza essere travolto da qualcuno che ti spiega come l’Intelligenza Artificiale risolverà ogni tuo problema. Viviamo in una narrazione collettiva che ci vede tutti innovatori, tutti sperimentatori, tutti impegnati a costruire il proprio agente, il proprio sistema IA casalingo, la propria startup autonoma. Per quanto abbia lavorato molto negli ultimi anni per non cedere alla FOMO, ammetto che trovare una stabilità è molto dura.

Ma ecco Cosa succede nella realtà? Ci sono altre ragioni che mi portano a pensare che questa sia la più antidemocratica delle rivoluzioni digitali che abbiamo vissuto finora, ma una in particolare secondo me è alla radice di tutto: mentre nei soliti circoli si discute della coscienza del silicio, là fuori c’è una marea silenziosa di persone ferma davanti allo schermo. Non perché non capiscano l’IA, ma perché sono rimaste chiuse fuori dal proprio PC da una domanda semplice di un browser o del sistema operativo.

Prima di proseguire, mi spiego: Avete notato come gli utenti inesperti siano completamente usciti da qualsiasi equazione? Qualche anno fa la facilità d’uso e di configurazione era spesso al centro della promozione di computer e dispositivi. Oggi non è più così.

Perché di facile non c’è proprio nulla: il primo accesso a un dispositivo, a un computer, ma anche a una applicazione di uso quotidiano come un browser è una fatica per gli utenti esperti, fra richieste, privacy, uso (quasi sempre predatorio) dei nostri dati e così via. Immaginiamo cosa sia per un principiante o per qualcuno che si avvicina per la prima volta.

La trappola del “Primo Incontro” (FTUE)

Nel gergo tecnico la chiamano FTUE (First-Time User Experience) o OOBE (Out-Of-Box Experience). Dovrebbe essere il tappeto rosso steso per l’utente, ma spesso si trasforma in un interrogatorio che fa sembrare i libri di Kafka una passeggiata di salute. Programmi e browser pongono domande presentate come non tecniche, ma che per un utente non esperto sono blocchi cognitivi insormontabili.

Pensiamo per esempio all’uso dei dati personali, alle comunicazioni di marketing, all’uso delle telemetrie per la profilazione e così via. Una noia per “noi” esperti, una fonte di ansia per chi è agli inizi.

La ricerca scientifica conferma che non è pigrizia: uno studio recente osserva che oltre il 95% degli utenti mantiene le impostazioni di default dopo l’installazione. Questo accade perché lo sforzo di valutare le opzioni è percepito come eccessivo rispetto alle proprie competenze. Se il sistema ti chiede di scegliere tra “dati diagnostici opzionali” e “configurazione di base”, a un principiante suona come un test. Che ha paura di fallire. Su questo ci sarebbe da aprire tutto un altro tema, sull’opportunità di permettere questo tipo di raccolta, ma ci porterebbe troppo lontano.

Per ora rimaniamo al punto principale: queste domande bloccano chiunque non sia un esperto, praticamente sulla porta del suo possibile futuro.

Perché le domande “semplici” sono indecidibili?

Ho scavato un po’ (grazie mille Perplexity, ne parlerò diffusamente in fututo) nella letteratura in merito a permessi, consensi, ed esperienze degli utenti al primo approccio. E ho trovato tre meccanismi che rendono queste domande “bloccanti”:

  1. Incertezza Radicata: Uno studio su 150 utenti ha dimostrato che le persone sono incerte sulla necessità di concedere circa metà dei permessi richiesti. Questa “nebbia decisionale” porta alla paralisi o, peggio, alla rinuncia.
  2. Sovrappeso Cognitivo (Choice Proliferation): Aumentare le opzioni e usare pulsanti di default evidenziati non aiuta l’utente, lo confonde. Molti partecipanti a test sui cookie banner si dicono “pentiti” delle scelte fatte perché hanno percepito il dialogo come ingannevole. In generale, il tema del design delle interfacce porta a problemi di comprensione e interpretazione.
  3. Asimmetria della privacy literacy: La privacy literacy modifica il modo in cui gli utenti percepiscono i rischi: chi possiede più conoscenze tende a essere più consapevole delle implicazioni, mentre chi ne ha meno fatica a interpretare termini tecnici e finalità di trattamento. In altre parole, se è prudente, si trova semplicemente chiuso fuori

La verità scomoda è che i vendor progettano sistemi che trattano l’utente come un esperto legale o un sistemista, nascondendo la complessità dietro una grafica fintamente semplice, spesso con dark pattern e scelte quasi obbligate. Un giochetto in cui è difficile capire se le cose sono fatte ignorando i bisogni di alcuni o per sfruttarli sapientemente a vantaggio della raccolta dati, ma in cui il risultato non cambia: l’utente si disorienta, perde fiducia e in molti casi abbandona ancora prima di avere avuto l’opportunità di provarci.

Il mito del default e i “Cyber Novices”

Dobbiamo smettere di pensare che l’esclusione digitale riguardi solo gli anziani. Esistono i “Cyber Novices”: persone che usano il web per acquisti e pagamenti ma che dipendono totalmente dalle configurazioni predefinite. Per queste persone, il default non è una scelta ottimizzata, è l’unica via di fuga.

E sarebbe sbagliato pensare che sia una questione di età. Lo sapevo per esperienza, ma ne ho trovato conferma in letteratura. Non è il solito cliché del nonno che non sa usare il mouse. I “cyber novices” sono persone che usano il web per vivere, ma che davanti a un dialogo di consenso cookie o a una richiesta di permessi provano incertezza e ansia. La privacy non è un obbligo legale, è una questione di rispetto. Se costringi un utente a cliccare “Sì” solo per far sparire una finestra che non capisce, hai fallito come progettista. Oppure sei bravissimo a fare gli interessi (predatori) dell’azienda che ti ha commissionato un design che forzi gli utenti verso le scelte che hai impostato come predefinite. Come si diceva un tempo, a pensare male si fa peccato…

Rimane il punto: non avete idea del numero di persone che incontro ad ogni corso di base che si blocca davanti, per esempio, alla prima configurazione di Edge o Chrome: quell’accedi o crea account, quell’ invia i dati facoltativi, sono fastidi per noi esperti, ma muri per chi inizia ed è, giustamente, intimorito.

La documentazione ufficiale di Windows 11, ad esempio, descrive una sequenza OOBE che include fino a 7 voci per la privacy, salvataggio su OneDrive e promozioni Microsoft 365. Se non sai cos’è il cloud, quella domanda su OneDrive non è una opportunità di salvataggio, è un ostacolo che ti impedisce di iniziare a lavorare. Un concetto da romanzo cyberpunk in piena regola: tecnologia avanzatissima servita con una User Experience che punisce chi non ne conosce il linguaggio e che la rende ancora più antidemocratica di una opzione a pagamento.

Un cambio di rotta indispensabile

Come ho accennato in apertura, sto maturando la convinzione che l’innovazione stia diventando antidemocratica. Oggi, per poterne fruire servono sia competenze, sia budget. Anche l’Open Source, infatti, è sempre più vincolato alla potenza di calcolo disponibile, che costa. Almeno dal punto di vista del primo ingresso, sarebbe carino che gli utenti fossero facilitati, invece di subire una sorta di gatekeeping.

La privacy non è un obbligo legale da “smaltire” con un banner fastidioso; è una questione di rispetto per l’autonomia dell’utente. Se il digitale complica la vita invece di semplificarla, la colpa è del design, non di chi lo usa. Soprattutto perché è in gioco il potenziale futuro di persone che cercano di avvicinarsi a nuove opportunità, spesso per necessità di studio o lavoro. E si meritano la strada spianata.

Per chi volesse approfondire i dati tecnici citati, ecco altri due riferimenti


NotebookLM Gemini

Intelligenza Artificiale e lungimiranza: Google sta puntando sugli utenti di domani con NotebookLM

L’integrazione di NotebookLM in Gemini è un segnale di lungimiranza: il miglior sistema basato sui IA per lo studio è un ottimo punto di ingresso

Siamo onesti: se oggi fuori dalla cerchi degli addetti ai lavori chiediamo a qualcuno se conosce un’intelligenza artificiale, la risposta predefinita è ChatGPT. OpenAI sta senza dubbio godendo del vantaggio competitivo che si è costruito con la copertura mediatica di qualche anno fa. Altri attori, come Claude, Midjourney e anche Copilot per certi versi, hanno saputo ricavarsi uno spazio. Nei primi anni dell’era AI, Google sembrava inseguire, affannata nel tentativo di rincorrere un treno partito in anticipo, anche se va detto che Gemini sembra evolversi con un ritmo più sostenuto degli altri. Quello che non abbiamo considerato è che Mountain View possiede già il metodo di studio, di archiviazione e i dati dei nuovi utenti. Non quelli che arriveranno fra un mese, quelli che arriveranno fra anni.

Il mercato della fretta contro la strategia del tempo

La maggior parte dei player attuali sembra ossessionata dai dati del trimestre (lo so, con gli investitori funziona così). Devono dimostrare crescita, potenza di calcolo, nuovi record di parametri. Google, con una lungimiranza che raramente si vede nel settore tech frenetico di oggi, sta invece guardando a chi userà questi strumenti tra cinque o dieci anni. Apparentemente lontana dalla battaglia della performance pura di oggi, sembra concentrata su quella dell’abitudine domani. Una strategia silenziosa, Google non è mai stata propensa ai grandissimi proclami, che passa attraverso strumenti che i professionisti di oggi spesso ignorano, ma che gli studenti hanno già adottato in massa.

NotebookLM è il più efficace ed elegante dei walled garden

Se non avete mai aperto NotebookLM (davvero?), dovreste farlo per capire il gioco in corso. Lo dico senza mezzi termini: per lo studio e per l’insegnamento è fenomenale, a mani basse, il miglior strumento per lo studio e la didattica attualmente sul mercato, meglio di molte fuffe a pagamento che fanno le stesse cose peggio. Carichi documenti, manuali, appunti, registrazioni aiudio e l’IA diventa un tutor che lavora esclusivamente sul tuo materiale. Per uno studente, ma anche per un docente è uno strumento indispensabile, uno di quelli che ti cambiano concretamente il modo di preparare un esame.

Ma non solo. Hai presente il il PDF lercio che usi come dispensa dal 2006? Lo carichi su NotebookLM e te lo trasforma in tutto: slide nuove, infografiche, video e chi più ne ha più ne metta.

Ma cosa c’entra con la concorrenza?

Senza inseguire la rivoluzione a tutti i costi, l’integrazione tra Gemini e NotebookLM è una scelta funzionale di un’efficacia disarmante. Google sta smettendo di inseguire gli altri player sul terreno dei fuochi d’artificio per giocare sul suo campo preferito: l’onnipresenza (e il vendor lock-in, ma questa è un’altra storia). Si tratta di un primo passo verso la creazione di un ecosistema dove la nostra conoscenza personale diventa il motore del chatbot principale. Per molti può sembrare un dettaglio, ma è molto di più. Impariamo dalla storia: la Gmail all’inizio era solo una mail comoda e generosa con lo spazio, ma sul lungo termine è diventata il punto di accesso dell’identità digitale di miliardi di persone. Sarò solo io, ma l’impressione che ho è che NotebookLM farà a Google lo stesso servizio.

Allevare i professionisti del futuro

Il colpo di genio è tutto qui. Uno studente che per anni organizza la sua intera vita accademica su NotebookLM, trovando tutto già pronto e indicizzato dentro Gemini, non avrà alcun motivo per cambiare ecosistema una volta entrato nel mondo del lavoro. Google sta educando i suoi utenti futuri mentre sono ancora sui libri. È un approccio che scavalca le logiche trimestrali per costruire un dominio basato sulla pigrizia cognitiva e sulla comodità operativa. Insomma, sul fatto che scegliamo sempre il percorso di minore resistenza e prediligiamo quello che conosciamo già.

Certo, a nessuno piace essere vincolato. Ma ormai è una prassi consolidata: i takeout sono faticosi, laboriosi e richiedono tempo, ed è molto difficile che le persone li facciano se non ci sono ragioni di rottura: fino a quando Google offrirà strumenti di un certo livello qualitativo, ha tutte le carte in regola per vincere la gara dell’Intelligenza Artificiale sulla lunga distanza, senza sprint: le basterà aspettare che i suoi utenti crescano.

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Infodemia: se tutto è importante, nulla lo è davvero

Ormai la nostra dieta informativa è composta da un buffet infinito dove tutto sembra “imperdibile”. Ma la verità è che se non sappiamo distinguere un segnale dal rumore, la saturazione ha preso il posto dell’informazione.

Quali sono le tre cose più importanti che sono successe nel tuo settore questa settimana?

Se non sai rispondere probabilmente è perché te ne vengono in mente venti e non sai scegliere: sei vittima di infodemia.

Non sentirti in colpa. È una condizione sistemica. Ci hanno venduto l’accesso illimitato alla conoscenza come la nuova età dell’oro, ma ci siamo ritrovati nel bel mezzo di un “rumore bianco” costante che prosciuga la nostra capacità critica. Come in una versione distopica di Matrix, non stiamo scegliendo la pillola rossa; stiamo solo cercando di non affogare nel flusso di codice. Ma la verità è che stiamo morendo di sete in mezzo a un oceano di dati. Mi fa venire in mente un passaggio geniale di Buona Apocalisse a Tutti:

The theory was that if you ate enough MEALS™ you would a) get very fat, and b) die of malnutrition.

Pensiamo al rapporto che abbiamo sviluppato negli ultimi anni con le informazioni e vedremo che purtroppo non è molto lontano dalla realtà.

Cos’è davvero l’infodemia (e perché non è solo “troppa roba”)

Il termine infodemia non è un neologismo da conferenza o da post social (lo dimostra anche il fatto che non se ne parla molto, lo so, non è un argomento con cui si fanno i big like). È stato sdoganato ufficialmente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che lo definisce come una sovrabbondanza di informazioni, alcune accurate e altre no, che rendono difficile per le persone trovare fonti affidabili e indicazioni affidabili quando ne hanno bisogno.

Solo un problema di quantità? Magari! Il vero dramma è la dissoluzione della gerarchia informativa. Nel mondo pre-social, esistevano strumenti di mediazione, sia professionali sia indipendenti. l’editoria, per esempio svolgeva un lavoro spesso vissuto come poco nobile ma indispensabile: la cura dei contenuti, o content curation. C’era un direttore, c’erano i caporedattori, c’erano i redattori. Qualcuno decideva cosa andava in “prima” (perché cambiava il mondo) e cosa finiva in decima pagina (perché era un dettaglio per addetti ai lavori).

In altre parole, qualcuno decideva per noi cosa era più meritevole nella nostra attenzione. Cerco di essere molto chiaro, non è un concetto semplice né comodo: storicamente abbiamo scelto la disintermediazione, spesso per scarsa fiducia nei confronti di chi, testata, canale televisivo, o sito, operava questo tipo di cura, a favore di un modello in cui “ognuno va a cercarsi le informazioni che gli interessano”.

Solo che è finita malissimo, perché nell’equazione nessuno ha considerato o visto arrivare il mercimonio della nostra attenzione.

Oggi, quel filtro è stato sostituito da un algoritmo che non ha etica, ma solo obiettivi di business. Per un feed di LinkedIn o Facebook, una notizia sulla fusione nucleare e il post di un “guru” che spiega come svegliarsi alle 4 del mattino hanno lo stesso peso visuale, purché generino lo stesso tempo di permanenza sullo schermo. La qualità è stata sacrificata sull’altare dell’engagement.

Se vogliamo leggerla in modo un po’ più (Cyber)punk, abbiamo sostituito una forma di controllo con una peggiore, perché almeno prima il mercato era evidente e se non ci piaceva più un giornale / magazine / programma semplicemente smettevamo di comprarlo o di seguirlo.

Il paradosso della scelta e la morte dell’occhio critico

Oggi la situazione la conosciamo tutti, anche sulle piattaforme più professionali o orientate al business: tutti riportano notizie, ma nessuno le pesa o le cura. Al massimo emerge qualche post, secondo me ancora più cringe, del tipo “No, non è andata davvero così”. Siamo passati dall’era dei cronisti a quella dei ripetitori. Se una notizia appare su dieci bacheche diverse, tendiamo a considerarla vera o importante. È un bias cognitivo classico, ma potenziato dai bit. E oggi anche dall’IA che, come noto, ha un fortissimo potere di rumine nei confronti dei concetti più diffusi.

In psicologia si parla di sovraccarico cognitivo o Cognitive Overload. Secondo studi condotti da istituti come il Nielsen Norman Group, gli utenti web non “leggono”, ma “scansionano”. Si lo so: secondo le buone pratiche non bisognerebbe citare una ricerca del 1997. Ma se siamo qui a ragionarci, è perché evidentemente non ne abbiamo compreso le implicazioni. Quando scansioniamo, perdiamo la capacità di analisi profonda. Non ci chiediamo più: “Perché questa notizia è rilevante per me?”, ma ci limitiamo a registrarla come rumore di fondo.

I media più tradizionali, compresi i siti specializzati, con tutti loro suoi difetti e le loro linee editoriali talvolta parziali, offrivano però un contesto. Oggi il contesto è morto. Abbiamo frammenti di informazioni, come snippet, reel, video brevi o post, che galleggiano nel vuoto. Come scrivevo troppo tempo fa a proposito degli algoritmi, ci siamo abituati a contenuti irrilevanti che tradiscono la nostra attenzione. Se non c’è qualcuno che mette un occhio critico, la rete diventa una immensa echo chamber, una sala degli specchi dove vediamo solo ciò che l’algoritmo pensa ci piaccia.

La quantità non è competenza: il mito dell’onniscenza è insostenibile

Esiste una verità scomoda che molti professionisti del personal branding evitano: accumulare informazioni non significa acquisire competenze. Nelle mie lezioni sulla mentalità e la vita digitale insisto sempre su un punto: dobbiamo imparare i principi, non comandi o istruzioni. Per arginare l’infodemia, il principio cardine è la selezione. Essere esperti oggi non ha niente a che vedere con il conoscere tutte le novità. Al contrario, Significa avere il coraggio di ignorare il 95% del rumore per concentrarsi su quel 5% che sposta davvero l’ago della bilancia.

E qui nasce il problema: chi ci aiuta oggi a decidere, in un mondo in cui anche il più autorevole degli esperti deve buttare fuori secchiate di informazioni per non essere sommerso dallo slop?

La bulimia informativa produce quello che chiamo il last minute expert: uno che sa citare l’ultimo report di Gartner ma non sa applicare una logica di problem solving elementare. È la differenza che passa tra un ingegnere che conosce la fisica e uno che sa solo usare un software di simulazione senza avere mai sofferto davvero davanti all’equazione della catenaria.

Possiamo evitare che la nostra attenzione sia fatta a brandelli?

Se vogliamo salvarci dobbiamo tornare a essere dei curatori. Peraltro è un tema che mi è molto caro e sarebbe davvero bello che questo post originasse l’opportunità per iniziare a collaborare per una scelta più consapevole delle informazioni da conoscere (non si sa mai).

Per quanto mi riguarda, io ho scelto un approccio molto rigido.

  1. Scelgo le fonti: non seguo “tutti”. Seleziono tre o quattro fonti che abbiano dimostrato negli anni di avere occhio critico e consapevolezza. Pivilegio chi scrive (o informa) meno, ma meglio. La qualità richiede tempo; chi pubblica dieci post al giorno sta solo saltellando davanti ai miei occhi per avere la mia attenzione. E soprattutto, niente sensazionalisimo: al terzo “questa cosa cambierà il mercato per sempre”, sei fuori.
  2. Verifico le fonti: non mi fido di screenshot, video o versioni riportate. In fondo siamo già nell’era della post-verità e della verità artificiale. La consapevolezza digitale parte dal dubbio. Se ne ho cerco conferme su studi accademici, siti governativi o report ufficiali. Anche qui, se non ci sono riscontri o la fonte mi rende il lavoro troppo difficile perché riporta dati o fatti troppo oscuri, passo oltre.
  3. Applico la cura manuale: a fine giornata o a fine lettura mi chiedo sempre se quello che ho letto o visto mi ha lasciato qualcosa. Se non so rispondere, ho buttato via il mio tempo.

Rieducarci e “ricablare” il nostero cervello

La soluzione non è disconnettersi. Il digital detox sarebbe anche una buona idea, per chi non ha bisogno di lavorare. Ma non è applicabile nel mondo reale: sarebbe come dire a un marinaio di evitare l’oceano perché c’è troppa acqua. La soluzione è imparare a navigare con una bussola, non seguendo ogni onda.

Dobbiamo accettare che nessuna strategia informativa è eterna. Dobbiamo avere l’umiltà di ammettere che non possiamo sapere tutto. In un mondo che ci spinge a essere ovunque e a sapere tutto, la vera mossa d’avanguardia è la sottrazione.

Sopravvivere all’infodemia significa smettere di essere dei consumatori passivi di feed e tornare a essere degli analisti. Perché, alla fine della fiera, non importa quanti bit hai scaricato oggi, ma quanta consapevolezza sei riuscito a estrarre dal caos.

Ti senti ancora sopraffatto? Inizia da qui: cancella l’iscrizione a cinque newsletter che non leggi mai, oppure inizia a segnalare come “non mi interessa” alcune proposte sui feed dei social. È un piccolo passo, ma è un gesto di igiene mentale indispensabile.


Secondo il Mit solo il 5% dei progetti aziendali basati su GenAI produce valore

Secondo una ricerca riportata da Il Sole 24 ORE, il 95% dei progetti basati su Intelligenza artificiale generativa (GenAI) non crea valore nelle aziende.

Internet è un posto meraviglioso: la quintessenza dell’intramontabile citazione di Ronald Coase: “Se torturi i dati abbastanza, la natura confesserà sempre“. Un modo elegante per dire che ricerche e statistiche possono dire tutto e il contrario di tutto. Il parallelo con la Rete delle Reti è tutto qui: basta cercare abbastanza e troveremo dati, anche autorevoli, a supporto di qualsiasi tesi, come molti colleghi sanno bene.

Per ora rimaniamo sul fatto riportato (che non è più freschissimo, lo so, ma le mie riflessioni sono ondivaghe come il tempo che posso dedicare al blog): il 95% dei progetti basati su Intelligenza Artificiale generativa non produce valore. Che, alle orecchie di chi è su Internet da troppo tempo, suona come quella vecchia statistica di McKinsey secondo cui il 70% dei progetti di trasformazione fallisce (fun fact: la statistica è così famosa che la stessa azienda la cita in una sorta di “sequel”, quindici anni dopo): numeri che senza dubbio fanno sensazione e stanno benissimo nelle slide, ma che spesso nascondono verità più complesse.

The state of AI in Business 2025

Prima di partire con le mie osservazioni, risolvo subito un italico vizio che purtroppo affligge anche le realtà più autorevoli: la mancanza del link alla fonte. In questo caso la ricerca è stata prodotta da NANDA, un settore del MIT dedicato alla ricerca sugli Agenti AI. Questo è importante per capire il contesto: l’agentic AI infatti ha nella sua proposta di valore proprio quella di superare i limiti dell’IA generativa. Non ci stupisce il fatto che cerchino di dare grande risonanza a un report che li evidenzia. In ogni caso, l’accesso diretto ai paper richiede un’iscrizione, ma una copia è pubblicamente disponibile attraverso questa URL. Così, chi vuole ha un accesso diretto alla fonte per approfondire. Quello su cui però mi volevo concentrare sono gli highlight emersi, che fortunatamente non sono né parziali né imprecisi. Perché già così c’è molto su cui ragionare.

La differenza fra implementazione e adozione

Questo è uno degli aspetti più interessanti: sempre secondo i dati la differenza è tutta nella differenza fra adozione individuale e adozione da parte delle imprese. Per farla semplice (la trattazione rigorosa è nell’articolo), strumenti come ChatGPT e Copilot hanno superato l’80% di adozione, ma servono soprattutto per migliorare la produttività personale. I sistemi aziendali, invece, arrivano in produzione solo nel 5% dei casi.
Il che, dal mio punto di vista, aprirebbe già ad abbastanza ragionamenti per trascorrere un pomeriggio: in poche parole i dati aziendali esfiltrano verso sistemi di terze parti giornalmente, con buona pace della governance. Insomma, cambiano gli strumenti ma i fogli Excel condivisi con le password aziendali restano. E oggi vanno a nutrire gli LLM. Ma, dal mio punto di vista, c’è un ulteriore passaggio logico.

[considerazione] L’AI è un fenomeno terribilmente tautologico

Negli ambienti digitali se ne parla da molto, ma più passa il tempo più il sospetto che l’IA sia l’ennesima bolla si fa strada. Del resto, lo ha ammesso anche Sam Altman stesso qualche tempo fa. Nella mia limitatissima esperienza, ho l’impressione che l’Intelligenza Artificiale stia impattando soprattutto il mondo digitale stesso in una sorta di circolino simile a quello della moda in cui tutto il tumulto si ferma appena di fuori del perimetro. Sì, sempre secondo i dati riduce le spese per i servizi esterni, ma per il resto punto o poco accade. C’è una fotografia, ormai diventata un meme, che lo spiega benissimo.

Ovviamente è una iper semplificazione. Ma spiega alla perfezione un determinato tipo di sentimento. Certo, oggi è tutto data driven, i dati sono il petrolio del terzo millennio e lallallero. Ma l’adozione pervasiva dell’IA al di fuori di quanto è già fortemente digitalizzato non sembra esattamente dietro l’angolo, ecco. Almeno, non nella sua incarnazione generativa. Con l’eccezione, forse, delle applicazioni giocattolo, quelle di cui tutti pensiamo di avere bisogno una volta che ce le propongono: ricerche, assistenti allo shopping, assistenti vocali e cose così. Dove, per la verità, si tratta principalmente di update e non di upgrade.

Shadow AI Economy

Un fenomeno che emerge dall’articolo e dalla ricerca riguarda soprattutto il GenAI Divide, come lo definiscono gli stessi autori. Ancora una volta la tecnologia non democratizza l’innovazione, ma la rende un fattore divisivo. Insomma, c’è chi innova e adotta alla velocità della luce e chi, per ragioni anche strategiche e di opportunità, rimane fermo al palo. Anche qui, nulla di nuovo: non abbiamo ancora colmato il Digital Divide, nemmeno per quanto riguarda le aziende, ed ecco che compare un nuovo campo su cui giocare. (A pensare male, sembrerebbe fatto apposta per arginare fenomeni come la cloud resignation e il ritorno a soluzioni Open e on prem, ma sicuramente è colpa mia che invecchiando divento rompiscatole e propenso al complotto).

Ma cosa succede dove le aziende si muovono con ponderazione (o lentezza) e gli utenti invece scalpitano? Ecco a voi la Shadow AI! Prepariamoci a sentirne parlare. Esattamente come la Shadow IT e il BYOD non autorizzato: le persone non particolarmente propense a seguire le linee guida aziendali si arrangiano con soluzioni spesso raffazzonate, a volte efficaci, ma sempre non governate. Uno dei principali grattacapi di chi si occupa di gestire il cambiamento torna in una nuova forma: chi vuole correre correrà, con il permesso o meno dell’azienda.

[considerazione 2] Il mondo user guida il mercato e non è un bene

Il problema di fondo è che i big player sono impegnati in una corsa forsennata per raggiungere il primo milione di utenti nel minor tempo possibile (si, è una gara vera e propria. Non commento perché divagherei ancora di più). In questa bulimia di metriche, nessuno sembra preoccuparsi di cosa accade dopo, quando quei servizi devono scalare davvero all’interno di aziende, enti e strutture di una certa complessità in cui non sin può solo sventolare la carta di credito e sperare per il meglio.

Qui iniziano i danni. Prendiamo Pino, middle manager della Tragedia Srl.: Pino ha il suo account “plus” personale, lo paga di tasca sua e ci fa di tutto. Quando poi si scontra con l’alternativa aziendale — che per motivi di budget, sicurezza o pura burocrazia ha limiti diversi e castrati — Pino non ci sta. E così, piuttosto che usare uno strumento meno performante, sceglie la via della Shadow IT, che in questo caso mi dicono chiamarsi Shadow AI: usa il suo account privato per gestire dati aziendali, creando un buco nero nella governance e mandando allegramente a ramengo anni di formazione sulla cybersecurity, sulla cultura del dato e, banalmente, ignorando qualsiasi tipo di buonsenso.

[Considerazione 3] Geniali dilettanti in selvaggia parata

A peggiorare la situazione c’è il fiorire di figure professionali improvvisate. Moltissimi sedicenti esperti di IA oggi semplicemente non possono esserlo: i prodotti e i servizi sono ancora troppo acerbi per consentire una reale padronanza metodologica. Sarò troppo tranchant, ma dal mio punto di vista è impossibile, o quantomeno discutibile, avere certezze assolute in un mondo in cui anche i big player fanno passi falsi e ritirano prodotti e servizi con la stessa velocità con cui li creano (qualcuno ha detto “Sora”?).

Siamo davanti ai “last minute expert”: persone che fino a sei mesi fa si occupavano di tutt’altro (sarà l’età, ma sento nelle orecchie echi che ricordano vagamente parole come blockchain e metaverso) e che oggi, magari anche alla luce di qualche buon risultato di laboratorio, in sandbox o su piccola scala, spiegano alle aziende come rivoluzionare i processi. Ma saper scrivere un prompt non significa saper gestire un’infrastruttura, così come aver messo su una istanza di N8N non mi rende esperto di automazione o avere provato OpenClaw mi rende competente nell’IA agentica. Confondere l’entusiasmo per una funzione “giocattolo” con la competenza strutturale che serve nelle aziende è il modo più veloce per finire in quel 95% di progetti che non produce un centesimo di valore.

Sopravvivenza e pragmatismo

Il segreto della sopravvivenza digitale in realtà è semplice: tornare alle basi. Sostituire alla schiavitù da trend una adozione ragionata, che non è un “no” a prescindere, ma nemmeno abbracciare ogni novità in modo acritico. Se un software complica la vita invece di semplificarla, non è colpa dell’utente: è lo strumento a essere sbagliato, o chi lo ha implementato a non aver capito il problema. Smettiamola di comprare sogni e suggestioni, anche se incredibilmente affascinanti, e ricominciamo a investire in soluzioni funzionali e oggettivamente efficaci, meglio se supportate da casi studio reali. O, in alternativa, facciamo in modo che ci sia chiaro che stiamo facendo ricerca e sperimentazione. Perché, alla fine, il valore non lo crea l’algoritmo, lo crea chi sa ancora distinguere la realtà dalla narrazione.

cover ai etica roast

Quando l’innovazione perde di vista la realtà è ancora utile?

La domanda nasce da uno dei tanti servizi fra il serio e il faceto che “valutano” il nostro pericolo di essere sostituiti dall’intelligenza artificiale

    Qualche giorno fa ho inserito il mio profilo LinkedIn su Perfectly Roast. Per chi non lo sapesse, è un servizio (l’ennesimo, a dire il vero) basato su IA che analizza la tua storia professionale e ti “insulta” spiegandoti quanto sei vulnerabile nell’era dell’automazione.

    È divertente. È schietto. È molto Silicon Valley nell’accezione più neutra possibile del termine e ti massacra: del resto Roast è un modo di fare commedia basato su questo. Ed è innegabile che dietro all’umorismo ci sia molta verità.

    Ma mentre analizzava i miei dati, e mi restituiva un risultato poco confortante, ho pensato a tutte le persone che incontro ogni giorno, nelle aziende o durante i miei corsi di formazione. Persone che magari gestiscono aziende, mandano avanti uffici o reparti e risolvono problemi reali, ma che si bloccano davanti a una è maiuscola (È) perché sulla tastiera italiana non c’è un tasto dedicato o davanti alla possibilità di aprire due schede del browser. E qui ho realizzato che il divario tra il mondo che esiste in strumenti come Perfectly Roast (e chi gli da troppo credito, a dire il vero) e il mondo reale è un abisso di consapevolezza.

    L’innovazione è diventata astratta: verità scomoda o solo un altro giovedì mattina?

    Esiste un modo di concepire l’innovazione che è totalmente scollegato dalla quotidianità. Ci riempiamo la bocca di “AI Adoption”, di “Prompt Engineering” e di “Digital Transformation”, dimenticandoci che una fetta enorme della popolazione attiva ha ancora difficoltà con operazioni che noi “addetti ai lavori” diamo per scontate.

    Saper fare una chiocciola, trovare le lettere accentate o capire la differenza tra un file salvato sul desktop e uno nel cloud sono troppo spesso temi che noi addetti, con un po’ di supponenza, liquidiamo come banalità, e come colpevole chi non le conosce. La realtà è che, come nello sport, sono i fondamentali: se sono fragili, non puoi costruirci sopra una quotidianità fatta di algoritmi e servizi avanzati. E, esattamente come nello sport, se nessuno si è mai preso il disturbo di insegnarteli, probabilmente non hai modo di conoscerli, anche se giochi tutte le settimane magari anche con buoni risultati.

    La realtà dei dati: l’alfabetizzazione digitale nel 2026

    Ho pensato che fosse una sensazione mia, magari polarizzata dal fatto che spesso e volentieri insegno in corsi di base e per principianti. Ma i dati parlano chiaro, anche se spesso si preferisce ignorarli perché l’innovazione non si vende da sola e, come dimostra la corsa all’IA, viviamo in un mondo in cui l’upselling è un comandamento.

    Secondo il Digital Economy and Society Index (DESI) 2025/2026, il quadro della competenza digitale in Europa presenta ancora zone d’ombra preoccupanti:

    • Competenze di base: In Italia, nonostante i progressi del PNRR, quasi il 40% della popolazione tra i 16 e i 74 anni non possiede ancora competenze digitali di base. (Fonte: European Commission – DESI Dashboard)
    • La trappola della sicurezza: I dati Istat evidenziano che, sebbene l’uso dello smartphone sia capillare, la consapevolezza sulla sicurezza è minima: meno del 35% degli utenti sa come gestire correttamente la propria identità digitale o attivare l’autenticazione a due fattori (2FA). (Fonte: Istat – Cittadini e ICT)
    • L’impatto dell’IA: Il report OECD Employment Outlook 2025 conferma che l’IA non sostituirà chi sa usarla, ma creerà un divario incolmabile per chi non ha le basi dell’alfabetizzazione digitale, aumentando il rischio di esclusione per le fasce meno formate. (Fonte: OECD – AI and the Labour Market)

    Insomma, mentre noi che in qualche modo abbiamo il privilegio di vivere l’innovazione, le fila di chi rischia di essere tagliato fuori da tutto si ingrossano ogni giorno che passa.

    Non è una colpa, è una storia di vita

    Qui voglio essere più che chiaro: non conoscere queste cose non è una colpa. Non c’è spazio per il sarcasmo o per la condanna. La vita è complicata. C’è chi ha passato gli ultimi vent’anni a far crescere i figli, a gestire crisi aziendali, a studiare medicina o a imparare come si coltiva la terra. Non tutti hanno avuto l’opportunità, il tempo o la fortuna di stare otto ore al giorno davanti a un monitor a osservare l’evoluzione delle interfacce e a fare i memini con l’IA spacciandolo per studio del prompt engeneering.

    Il tono degli esperti di digitale non dovrebbe essere quello del professore che bacchetta, o dell’allievo all’ultimo anno che irride il primino, ma quello del compagno di viaggio. Come diceva il vecchio saggio in Hagakure: “La Via risiede nella giusta respirazione”. Nel digitale, la “respirazione” è la comprensione dei concetti base, senza ansia da prestazione.

    Il valore aggiunto della formazione persona per persona

    Ecco perché credo fermamente che il lavoro di divulgazione e formazione individuale sia oggi più importante che mai. Potremmo automatizzare tutto, ma non potremo mai automatizzare il momento in cui una persona capisce finalmente come mettere in sicurezza la propria identità digitale e prova quella sensazione di potere e libertà.

    Questi sono alcuni dei motivi per cui ho scelto di insegnare: aiutare qualcuno ad appropriarsi della propria consapevolezza digitale significa, fra l’altro:

    1. Restituire tempo: Se impari le scorciatoie da tastiera (come l’uso dello Shift o del tasto Windows), smetti di lottare con il mouse e torni a casa prima, o puoi fare più lavoro con meno fatica.
    2. Ridurre l’ansia: Sapere cosa succede quando clicchi su un link sospetto ti rende un utente consapevole, non una vittima in attesa.
    3. Includere: Dare a tutti gli stessi strumenti per partecipare alla conversazione globale, che si tratti di LinkedIn o di una mail al comune.

    La mentalità digitale è un atto di pragmatismo

    Perfectly Roast e strumenti simili sono specchi interessanti, ma sono specchi deformanti. Ci mostrano un futuro accelerato, ma noi viviamo in un presente fatto di tastiere, password e procedure. (Oltre al fatto che, sinceramente, inizia a farmi molta tenerezza chi sente il bisogno di dimostrare a tutti i costi che è perennemente sulla cresta dell’onda).

    Il mio consiglio di sopravvivenza pratica? Se ti senti sopraffatto, torna alle basi. Non aver paura di chiedere come si fa la chiocciola o come faccio a capire dove ho salvato il documento. Ben lungi dall’essere un segno di debolezza, è l’inizio del tuo percorso di padronanza.

    Il digitale deve servire a noi, non il contrario. E la formazione è l’unico modo per assicurarci che il roast dell’innovazione non finisca per bruciare proprio le persone che dovrebbe aiutare.


    Qual è stata l’ultima volta che ti sei sentito “perso” davanti a un’operazione apparentemente semplice? Scrivimelo nei commenti. Non c’è giudizio, solo voglia di capire come rendere questo digitale un po’ più umano.

    Remote Working errori e soluzioni

    Come rimuovere il bloatware da Windows 10

    Molte delle applicazioni che Microsoft ci propone sono a tutti gli effetti Bloatware. Windows 10 per fortuna può essere liberato, con un minimo di impegno.

    Ammettiamolo: davanti a un’installazione fresca di Windows 10 tutti ci siamo chiesti cosa ci facciano alcuni programmi e funzionalità, come Windows Phone in un setup dedicato al gioco o, peggio strumenti come Xbox o la collezione di solitari in una macchina dedicata al lavoro. Il bloatware di Windows 10 è abbastanza numeroso, anche se per la verità non particolarmente esoso in termini di spazio. Tuttavia, se vogliamo un’installazione il più pulita possibile, o magari stiamo lavorando su un “ultraleggero” con un disco da poche decine di gigabyte, sicuramente è un buon modo per recuperare risorse.

    Sostanzialmente, possiamo operare in tre modi:

    • attraverso le impostazioni di Windows 10, che ci permettono di eliminare i programmi meno tignosi, tutto sommato senza rischi per il nostro computer;
    • Usando Powershell, il terminale avanzato di Windows 10, con tutte le attenzioni e le cautele del caso;
    • Attraverso uno strumento di terze parti, anche in questo caso facendo molta attenzione a dove mettiamo le mani.

    Come rimuovere il bloatware da Windows 10: la via più facile e rapida

    Iniziamo aprendo le impostazioni di Windows 10 con la scorciatoia Windows + I e facciamo clic su Sistema. Dalla colonna di sinistra facciamo clic su Archiviazione e , sotto alla voce disco locale, facciamo clic su app e funzionalità.

    A questo punto ci si aprirà la finestra dove potremo scandagliare tutti i programmi installati lecitamente. Trovato il programma che vogliamo eliminare facciamo clic sulla voce disinstalla per risolvere il problema.

    Tutto quello che non troviamo qui andrà eliminato sfruttando le potenzialità di PowerShell.

    Come usare PowerShell per nascondere o rimuovere il bloatware di Windows 10.

    PowerShell è un terminale di controllo presente all’interno di Windows 10 che va ad affiancarsi al più noto (ma meno potente) prompt dei comandi.
    PowerShell è più potente perché include caratteristiche che ne migliorano la versatilità tra comandi e possibilità di scripting.

    Attraverso del codice da inserire all’interno di PowerShell ci sarà possibile nascondere o rimuovere una volta per tutte i programmi preinstallati di Windows 10.

    Per prima cosa dobbiamo lanciare PowerShell con privilegi da amministratore. Per farlo premiamo il tasto start e digitiamo PowerShell; prima di fare clic sopra però cerchiamo la voce esegui come amministratore e facciamoci clic sopra.

    In alternativa possiamo richiamare un menu veloce usando la scorciatoia Windows + X o facendo clic con il tasto destro del mouse sull’icona Start in basso a sinistra. Da qui facciamo clic su Windows PowerShell (amministratore) per aprire il terminale con tutti i permessi del caso.

    Nascondere il bloatware usando PowerShell

    Adesso che abbiamo aperto PoweerShell è il momento di darci un po’ da fare alla vecchia maniera, con le istruzioni da riga di comando.

    Scriviamo (o incolliamo) dentro la finestra del programma il seguente codice per nascondere le applicazioni in questione.

    Get-AppxPackage -name "Microsoft.BingHealthAndFitness" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.BingFoodAndDrink" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.People" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.BingFinance" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.3DBuilder" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.WindowsCalculator" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.BingNews" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.XboxApp" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.BingSports" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.WindowsCamera" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.Getstarted" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.Office.OneNote" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.WindowsMaps" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.MicrosoftSolitaireCollection" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.MicrosoftOfficeHub" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.BingWeather" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.BioEnrollment" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.WindowsStore" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.Windows.Photos" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.WindowsPhone" | Remove-AppxPackage

    Nascondendo le applicazioni non le rimuoveremo del tutto ma andremo semplicemente a rendere impossibile la nostra interazione con loro. In queto modo non potremo aprirle nemmeno per sbaglio senza però intaccarne le funzioni che, con un po’ di lavoro, possiamo comunque andare a richiamare.

    In pratica è un buon sistema per “bloccare” l’uso delle applicazioni bloatware in Windows 10 senza rimuoverle davvero, per esempio per rendere più semplice l’uso di un PC a un neofita o rendere più pulita una postazione di lavoro.

    Usare il comando DISM per eliminare il bloatware attraverso PowerShell

    PowerShell tuttavia ci permette di fare molto di più, grazie al suo set di comandi aggiuntivi.

    Per esempio DISM o deployment imaging service and management è una istruzione molto potente che può essere utilizzata per eliminare una volta per tutte i bloatware presenti.

    Per prima cosa dobbiamo andare a conoscere l’intera lista di programmi che possono venir cancellati da DISM.
    Per farlo utilizziamo il seguente comando:

    DISM /Online /Get-ProvisionedAppxPackages | select-string Packagename

    Ora a schermo dovremmo poter vedere l’elenco completo delle applicazioni rimuovibili.
    Qui troveremo sia applicazioni bloatware che applicazioni lecite quindi, invece di cancellare tutto, ci conviene utilizzare la lista sopracitata per capire cosa eliminare e cosa no.

    Il comando per eliminare effettivamente le applicazioni è il seguente:

    DISM /Online /Remove-ProvisionedAppxPackage /PackageName:PACKAGENAME

    Al posto di PACKAGENAME andrà inserita la stringa di testo tra le virgolette che abbiamo visto nella sopracitata lista.

    Quindi, per esempio:

    DISM /Online /Remove-ProvisionedAppxPackage /PackageName:Microsoft.WindowsPhone

    Una volta completata l’operazione dovremo riavviare il dispositivo per assicurarci di aver cancellato una volta per tutte l’applicazione.

    Usare lo script Windows 10 Debloater

    Il programmatore Sycnex ha pensato di automatizzare il processo andando a creare degli script per rendere la rimozione del bloatware da Windows 10 una passeggiata… purché sappiamo dove mettere le mani

    Questo script ci permette di scegliere attraverso un’interfaccia grafica cosa lasciare e cosa cancellare, dandoci anche la possibilità di reinstallare tali programmi se abbiamo cambiato idea in futuro.

    Windows 10 Debloater (questo il nome dello script) è presente su GitHub a questo indirizzo.
    Da GitHub facciamo clic sul pulsante verde code e selezioniamo dal menu a discesa download ZIP.

    Estraiamo le cartelle Windows10Debloater e Windows10DebloaterGUI.

    Avviamo Windows10DebloaterGUi con PowerShell per avviare un piccolo programmino con una semplice interfaccia e seguiamo le istruzioni a schermo per cancellare i bloatware in maniera relativamente sicura. Se siamo un po’ arrugginiti con le istruzioni dal linea di comando è senza dubbio una valida alternativa.

    Convertire CSV in Excel

    Convertire i CSV in Excel è facilissimo

    Se cerchiamo di capire come convertire i CSV in Excel, la buona notizia è che praticamente non dobbiamo fare nulla.

    Il formato .CSV o comma separated values è uno dei formati di file più antichi. In pratica è un file di testo all’interno del quale, usando un carattere separatore, vengono archiviati dati in modo che da questi si possa ricostruire una tabella. A tutti gli effetti è un file di testo (possiamo aprirlo facilmente con blocco note, per esempio), ma per poter visualizzare correttamente i dati all’interno dobbiamo sapere come convertire i CSV in Excel, per una lettura più semplice e per lavorarli meglio.

    Il formato CSV è un formato “storico”, in cui il semplice testo sopravvive un po’ per consuetudine, come avviene per esempio con i file di log, un po’ perché effettivamente, se ci interessano solo i dati “duri e puri” è uno dei modi più efficienti per esportarli e importarli, dal punto di vista della dimensione del file generato.

    Se dobbiamo lavorare con i dati contenuti in questi file all’interno di Microsoft Excel ci dobbiamo preparare ad effettuare un qualche tipo di conversione.

    Ci sono minimo due diversi metodi per convertire i CSV in Excel. Il primo è decisamente più pratico, ma riporto anche il secondo per completezza e per tutti i casi in cui con il metodo più pratico le cose non dovessero funzionare.

    Convertire CSV in Excel con l’importazione automatica

    Il metodo più semplice è senza dubbio l’importazione automatica attraverso le caratteristiche di compatibilità di Excel.

    Per fare questo dovremo aprire il file .CSV direttamente con Excel, facendo clic su home dal menu multifunzione e facendo poi clic su apri. In alternativa, se abbiamo le associazioni di file predefinite di Office, possiamo anche fare semplicemente doppio click sul file in questione.

    In questo modo il programma cercherà di interpretare la struttura del file in questione.

    Come tutte le procedure automatiche a cui Office ci ha abituato, spesso funzionano bene ma in alcuni casi è necessario metterci mano.

    In questo secondo caso purtroppo il primo metodo non ci offre granché a livello di opzioni, per cui dovremo, per usare un vecchio adagio, chiamare la cavalleria.

    Una delle cose che mi piace di più raccontare ai miei allievi durante i corsi (quelli basati su ECDL, ma anche tutti gli altri) è proprio il fatto che esistono più soluzioni per lo stesso problema. E in generale, quelle più veloci sono meno flessibili e viceversa.

    [Nota: se vi state chiedendo perché lascio pubblicati i dati in chiaro, è semplicemente perché sto utilizzando file di esempio liberamente disponibili sul Web, per esempio questo]

    Metodo 2: usare l’importazione dati legacy di Excel

    Per usare lo strumento di importazione più strutturato dobbiamo ripristinare una vecchia funzione di Excel.

    Dalla barra multifunzione facciamo clic su File, Opzioni (l’ultima voce in fondo alla colonna di sinistra) e poi selezioniamo la voce dati.
    Qui, sotto la categoria mostra le impostazioni guidate di dati legacy, mettiamo il segno di spunta su da testo (legacy) e poi facciamo clic su ok.

    A questo punto dalla barra multifunzione facciamo clic su dati e poi su recupera dati.
    Qui facciamo clic su procedure guidate legacy e poi su da testo (legacy).
    Selezioniamo il file .CSV da importare usando esplora risorse per aprire una finestra dedicata.

    Qui dobbiamo scegliere tra delimitato o larghezza fissa in base a come sono separati i campi. Se esistono delle etichette che non vogliamo importare possiamo usare la voce inizia ad importare alla riga [X] per scegliere da dove far partire l’importazione.
    Ricordiamoci di usare la finestra di anteprima per capire come verranno poi trasposti i dati.

    A questo punto, nella seconda finestra, dalla voce delimitatori facciamo clic su virgola (o sull’altro carattere usato come delimitatore) e poi facciamo clic su avanti.

    Scegliamo infine come formattare i dati, se come testuali, numerici, date o altro; possiamo selezionare manualmente le colonne dall’anteprima.

    A questo punto avremo davanti a noi l’ultima finestra per l’importazione dei dati.
    Da qui dovremo scegliere in quale punto del foglio di calcolo si vogliono inserire i dati e avremo terminato il procedimento.

    Come è fatto un file .CSV?

    In un file .CSV tutte le voci in questione sono divise da virgole (comma separated values in italiano vuol dire proprio valori separati da una virgola). Per la verità la convenzione prevede l’uso di caratteri diversi a seconda, anche in base al sistema operativo di origine. Ma il concetto rimane invariato.
    Per questo motivo questi file sono molto popolari: appendere informazioni a un file di testo è un’operazione molto semplice dal punto di vista informatico, quindi è possibile da implementare anche, per esempio, su macchinari o strumentazione in cui la potenza di calcolo è davvero risicata-

    Testo diagonale in word cover

    Come tradurre un documento in Word

    In Office 365 possiamo tradurre un documento in Word facilmente e velocemente, senza uscire dal programma.

    Avere una traduzione accettabile di un documento oggi non è particolarmente complicato: esistono decine di servizi di traduzione, sia via Internet sia come applicazioni. Quello che forse non sappiamo è che possiamo tradurre un documento in Word, senza uscire dal programma, a condizione di avere una versione di Office 365.

    Di solito, quando vogliamo tradurre qualcosa, dobbiamo copiare il testo, trovare un servizio di traduzione o un programma, incollarlo, copiare il risultato e incollarlo nuovamente in word. Una serie di passaggi infinita, che ci fa perdere molto tempo produttivo. Ma in Word di Office 365 possiamo fare tutto dall’interno del programma, letteralmente in due passaggi. Ecco come fare.

    Come tradurre un documento in Word per intero

    Questa è la parte più facile: apriamo la scheda revisione. Qui scegliamo lingua e infine traduci.

    Tradurre un documento in Word

    Poi spostiamoci nella sezione Documento del traduttore (translator) e scegliamo la lingua di partenza e di arrivo. Word scriverà un nuovo file con la versione tradotta del documento.

    Come tradurre solo una parte di un documento

    Se invece vogliamo tradurre solo una parte di testo, selezioniamola, poi apriamo di nuovo la scheda revisione. Qui scegliamo nuovamente lingua e traduci.

    Usiamo l’opzione Traduci selezione invece di Traduci documento.

    Nella barra laterale, Word ci presenterà il testo selezionato e quello tradotto. La lingua di partenza è rilevata automaticamente ma la possiamo cambiare, così come possiamo cambiare quella di arrivo.

    La finestra di traduzione è editabile, quindi possiamo elaborare il testo direttamente qui. Oltre alle modifiche libere, il sistema ci dà una serie di suggerimenti per le alternative.

    Facendo click su Inserisci, il testo sarà inserito nel documento. Attenzione: il testo tradotto sostituirà la selezione originale.

    Come funziona la traduzione interna a Word

    Il sistema di traduzione usa Bing Microsoft Translator. Nel caso delle lingue più diffuse, come inglese e francese, il risultato è accettabile, anche se come sempre non è all’altezza di una traduzione umana professionale.
    Attenzione perché il sistema, anche dall’interno di Word, richiede che il computer sia connesso a Internet.

    Ebbene si, finalmente è successo

    Dopo circa un lustro lontano dalle riviste, sono tornato a scrivere anche sulla carta! La versione completa di questo articolo, con qualche consiglio, trucco e approfondimento in più è disponibile sul numero 202 di Il Mio Computer Idea.

    Bloccare righe excel

    Come bloccare righe e colonne in Excel

    Bloccare righe e colonne in Excel è un ottimo sistema per rendere più leggibili i fogli, conservando sempre visibili le intestazioni.

    Prima o poi le tabelle di Excel diventano illeggibili, soprattutto se contengono abbastanza righe e colonne da uscire dalla porzione visibile. Il modo più pratico per rendere una tabella di questo tipo più leggibile è senza dubbio quello di bloccare le righe o le colonne di intestazione, in modo che le altre celle continuino a scorrere ma la prima, o le prime, rimangano fisse e ci permettano di avere i riferimenti sempre sott’occhio.

    Bloccare elementi in Excel: righe, colonne o entrambi

    La funzione di blocco di righe e colonne si trova nel menu Visualizza. Apriamo lo cerghiamo la sezione blocca riquadri. La funzione più ovvia è blocca riga superiore, per bloccare la riga di intestazione.

    La seconda funzione utile è blocca prima colonna che fa la stessa cosa della riga, ma in verticale. Naturalmente possiamo anche attivarle entrambe, per i fogli che hanno legende sia in verticale sia in orizzontale.

    L’opzioni blocca riquadri permette di bloccare zone personalizzate. Tutte le righe sopra e le colonne a destra di quella selezionata verranno bloccate.

    Infine sblocca riquadri, sempre nello stesso menu, rimuove tutti i blocchi.

    Bloccare righe excel

    Bloccare righe in Excel: da funzione nascosta a pulsante

    Ricordiamoci che Moltissime funzioni di Excel compreso il blocco di righe e colonne, esistono praticamente da sempre. La vera novità è che nelle ultime versioni questa opzione, invece di essere affogata in un menù, è subito visibile. Nell’ultima versione di Excel dobbiamo solo aprire il menu Visualizza per trovare una sezione dedicata proprio a questa funzione, chiamata Blocca Riquadri.

    Trattandosi di una opzione di visualizzazione, non modifica in alcun modo il contenuto delle celle, e ci permette comunque di effettuare tutte le operazioni “ordinarie” senza problemi.

    Un piccolo trucco: anche se nella maggior parte dei casi questa funzione viene utilizzata per rendere più visibili le intestazioni, possiamo usarla anche per tenere sotto controllo i totali o le medie di un documento. Basterà inserirli, per esempio, nella seconda riga anziché in fondo. Dovremo solo abituarci a leggere il foglio di calcolo in modo leggermente diverso.

    Ebbene si, finalmente è successo

    Dopo circa un lustro lontano dalle riviste, sono tornato a scrivere anche sulla carta! La versione completa di questo articolo, con qualche consiglio, trucco e approfondimento in più è disponibile sul numero 202 di Il Mio Computer Idea.